Congedo mestruale: qualche precisazione

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In questi giorni sui giornali si è parlato molto del congedo mestruale, cioè la possibilità, per le donne, di ricorrere al congedo lavorativo in caso di mestruazioni particolarmente dolorose. E’ una proposta di legge che ancora non ha visto la luce, ma che ha già fatto discutere: vediamo di fare un po’ di chiarezza e di rispondere a qualche domanda.

Quando è nata la proposta di legge?

Sono quattro le prime firmatarie, tutte deputate del PD: Romina Mura, Daniela Sbrollini, Maria Iacono e Simonetta Rubinato. In particolare Romina Mura è anche sindaco del comune di Sidoli, in Sardegna. La proposta di legge sul congedo mestruale ha visto la luce nell’aprile del 2016, e già ad agosto si agitavano le prime polemiche – è sufficiente, per farsi un’idea, leggere i commenti all’articolo online di Libero. In questi giorni si trova al vaglio della commissione Lavoro, e potrebbe quindi essere approvata a breve, da cui il divampare delle nuove diatribe in corso. Ma perché tanto rumore?

Cosa prevede il congedo mestruale?

La proposta, se diventerà legge, permetterà che vengano accordati tre giorni di permesso retribuito al mese in caso di mestruazioni particolarmente dolorose e invalidanti (vedi sotto).

Tre giorni al mese che non comporterebbero la compromissione dei periodi di malattia o di ferie. Questa precisazione è importante, sopratutto per chi ha subito gridato al rischio “assenteismo”. Infatti, nessuno sembra aver pensato a come, ad oggi, questi dolori fortissimi legati alle contrazioni dovute al ciclo vengono gestiti dalle donne. La risposta è semplice: messa in malattia o stoico presentarsi al lavoro, per timore di ripercussioni.

Ripetiamolo: il congedo mestruale riguarderebbe un massimo di tre giorni al mese, e la proposta non riguarda tutte le donne, ma solo alcune, quelle appunto colpite da mestruazioni particolarmente dolorose e “patologiche”.

Cosa si intende per mestruazioni dolorose?

Il focus dovrebbe essere messo qui, per prima cosa. La proposta di legge è, su questo punto, piuttosto chiara e per nulla generica. Non basta infatti, avere un po’ di mal di pancia o qualche fastidio per restare a casa.

La proposta di legge coinvolge soltanto le donne colpite da dismenorrea. Si parla quindi di una patologia ben definita, che colpisce quasi il 60% delle donne italiane ma che diventa invalidante per il 30% di queste, causando dolori fortissimi e – ovviamente – difficoltà a vivere normalmente i giorni del ciclo. 

A molti giornali è sfuggita questa precisazione, così come pare essere sfuggito il fatto che per avere diritto ai giorni di congedo previsti la dismenorrea debba essere diagnosticata e certificata da un medico. La validità del permesso dovrebbe essere annuale e quindi il certificato andrà rinnovato di anno in anno, e sembra difficile inventarsi dolori inesistenti, come quando da bambine dicevamo di avere le mestruazioni per saltare l’ora di ginnastica. Tuttavia, nonostante questi paletti, non mancano i malpensanti: “basta un medico compiacente e tutto si sistema”, “sicuramente tutte le donne riusciranno ad avere il certificato” ecc. Quello che è mancata, al momento, sembra essere una serena accettazione del dolore e di una possibile risposta da parte dello Stato. E’ sicuramente più facile fare polemica, persino parlare di “sessismo”, invece che ragionare sul fatto che una persona (una donna, in questo caso) sofferente, andrà magari al lavoro lo stesso perché non ha giorni di malattia o perché teme il licenziamento, ma sarà sicuramente meno produttiva! Questo in Italia sembra ancora un’utopia: più lungimiranti i nostri vicini inglesi e giapponesi, da cui tutto è partito.

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Due precedenti importanti: Bristol e il Giappone

Senza spostarci troppo dall’Italia, il primo esempio arriva da un’azienda di Bristol, che conta oltre il 75% di dipendenti donna. Il presidente Bex Baxter si era accorto che molte di loro, nonostante una palese indisposizione, non solo venivano ugualmente al lavoro, ma si sentivano spaventate a nominare il ciclo mestruale quale causa della sofferenza, quasi temessero di sentirsi “inferiori” rispetto ai loro colleghi maschi.

“I have managed many female members of staff over the years and I have seen women at work who are bent over double because of the pain caused by their periods. Despite this, they feel they cannot go home because they do not class themselves as unwell.

“And this is unfair. […] If someone is in pain – no matter what kind – they are encouraged to go home. But, for us, we wanted a policy in place which recognises and allows women to take time for their body’s natural cycle without putting this under the label of illness.”

Da qui la possibilità per le donne dell’azienda di stare a casa durante il ciclo, se doloroso. E non pensiate che il buon Baxter, che è anche attivista per la comunità locale, sia un povero ingenuo. Anzi, è ben consapevole che “se si lavora seguendo i propri ritmi naturali la creatività e l’intelligenza sono più produttive, anche per gli affari”.

Il caso del Giappone è ben diverso. E’ vero che, come è stato riportato da più parti, il congedo mestruale esiste dal 1947 ma in parte è dovuto alla cultura giapponese che prevede una maggior attenzione a tutto ciò che può favorire il parto. Inoltre, chi cita questa legge sembra non essersi mai accertato della sua applicazione effettiva. La ben nota competizione giapponese, infatti, unita al timore di risultare meno competitive rispetto ai colleghi maschi, ha fatto in modo che ben poche donne usufruissero di questa possibilità, riducendo ulteriormente il numero dei permessi richiesti negli ultimi decenni. Un timore, questo, che considerate le polemiche esplose sui giornali italiani, rischia di coinvolgere anche le nostre concittadine, alle prese – oltre che con la loro sofferenza – anche con i commenti ironici dei colleghi di scrivania.

Vedremo come andrà a finire.

 

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